Il “vizio” della leggerezza. Intervista con Riccardo Mannelli

Il “vizio” della leggerezza. Intervista con Riccardo Mannelli

Narrare il quotidiano è spontanea esigenza umana, ma capacità espressiva di pochi. Farlo con l’intensità di una lama eppure con beffarda giocosità rimanendo, egregiamente, nel limbo della leggerezza consapevole, è talento.

Riccardo Mannelli, che non ha bisogno alcuno di presentazioni, è approdato a Lecce il 5 Marzo grazie allo straordinario lavoro del collettivo Kunstschau con un’enorme antologica: Diario di un vizio,  presso il MUST di Lecce, e Commedia in Z.E.R.O. presso la whitebox del collettivo in Via Gioacchino Toma, visitabili sino al 31 Maggio. Abbiamo avuto l’onore ed il piacere di incontrare l’artista, peferendo lasciar parlare lui di sè e del suo universo, scandito dalla sagacia dell’intuizione, dalla comprensione per le umane vicissitudini, dalla ricerca ininterrotta di  bellezza tra le pieghe del quotidiano.

commedia in z.e.r.o. dettaglio 2

Un’osservazione generale, che fa da raccordo tangente a tutta la tua produzione, dai disegni alle opere pittoriche, ai cicli di reportage con la bic, a quelle che divengono iconiche “satire” come contributo per i quotidiani e i giornali: il divertimento, passepartout assoluto.

Sì, è assolutamente così, la parola giusta è DIVERTIMENTO. Pensa infatti che in tantissime lingue europee le parole artistiche, sono tradotte con play. L’arte è divertimento assoluto, lontano dalla seriosità. Se poi ci metti anche un tipo di carattere che ho sempre avuto, unito al gusto della provocazione, non fine a se stessa, ma carica di giocosa aspettativa rispetto a ciò che succede, arrivi a quanto stiamo dicendo. Come i bambini che attendono la reazione degli adulti, facendo ciò che è stato vietato. Io, ugualmente, mi diverto con tutte le conseguenze del caso, anche se negli anni sono stato criticatissimo, perché venivano fraintese le mie satire, travisandole come una sentenza da menagramo, ieratico ed incazzoso; sì c’era anche quella parte lì, ma era una parte di una “pernacchia”. Nessuna seriosità o lezioncina.

Questo divertirsi, strettamente connesso, quindi, con l’atteggiamento che si respira nel tuo esplorare la satira, attraverso il disegno appuntito e temperato da esperienza e audacia di chi non ha peli sulla lingua, ti ha portato ad essere criticato?

Ma in realtà io sono un artista compresissimo, molto fortunato. La gente capisce benissimo quello che voglio dire e, di conseguenza, cerca di farmi fuori. Sai, la mia generazione è quella che ha l’imprinting mutuato dalla favola del “re nudo”. Il bambino, davanti all’ipocrisia di tutta la corte, grida indicando l’evidenza, “il re è nudo”. In realtà, è solo un sincero lettore della realtà, ma ha il coraggio di dirla e affrancarsi dalle finzioni. L’approccio, quindi, con cui ho sempre agito, è libero, non malizioso, né intriso di cinismo, piuttosto determinato dalla gioia e dalla grazia di dire le cose come stanno. Come stanno secondo me, ovviamente non è verbo. Chi m’ha frainteso ha pensato che io stessi giudicando sentenziosamente, ma non c’era nessuna dietrologia sottesa. Essere osteggiato, che è quello che è sempre capitato a me, fa parte comunque del gioco e magari ci fosse anche adesso, come rischio da correre.

Essere osteggiato, non è forse peggio di essere criticato? Voglio dire, ostacolare, o cercare di farlo, è ad un passo dall’impedire l’espressione libera di pensiero e, dunque, di “matita”.

Tutti rimangono straniti adesso, da certe mie affermazioni sulla mitizzazione della censura, io ho sempre sostenuto il contrario. Ho sempre cercato di esplorare l’atteggiamento giocoso, appunto, del bambino, perché l’adulto dia dei limiti. Se provochi devi avere una reazione, se hai un muro di gomma, finisce tutto. Il potere deve assumersi la responsabilità del suo ruolo, io come artista, invece, devo scardinare quelle che sono le sicurezze costituite, per mettere in giro dubbi e critiche. Quando è finito questo ruolo si è arrivati alla decadenza sociale, alla de-responsabilizzazione. Si può far tutto, quindi non si può far nulla, subentra una forma di vizio. Il gusto di far casino viene se c’è qualcuno che te lo impedisce, se tutti fanno finta di tollerarti no. L’occidente ha perso le classi dirigenti, ma tutto il mondo, l’Europa e anche gli Stati Uniti. Ormai siamo forse alla quarta o quinta generazione di criminali, che hanno commesso crimini economici pesanti, quelli che consentono l’accumulo di ricchezza per pochissimi, da sempre. E sai perché? Perché per far soldi devi essere un po’ bandito, non è possibile se sei onesto. E questa è la realtà che un artista è chiamato a leggere, vedere, esprimere, non è tristezza, è consapevolezza, è la possibilità di essere allegrissimi domani. Se hai capito quello che sta accadendo, quello che ti stanno facendo, non hai motivo di intristirti. E’ un luogo comune che la consapevolezza sia triste. Triste è quando non ti fanno capire qualcosa, una dimensione molto italiana, fatta di tresche, misteri. La consapevolezza apre alla chiarezza, da non scambiare con la secchionaggine. Significa, invece, avere un’idea, un’opinione e per farlo è necessaria l’empatia con il contemporaneo. Il trend delle ultime generazioni è il contrario, farsi un’idea da lontano, dal cellulare, dalla tv. E’ un atteggiamento che raccogliamo come definito adesso, ma che affonda radici lontane negli anni ’80 e ’90, non a caso una serie che facevo in quel periodo si chiamava “Prodromi”.

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Forse è anche grazie alla carica dell’empatia, se vogliamo innestata su un carattere intuitivo e sensibile, allegro e scanzonato, se si nota nella tua cifra stilistica, ma anche in tutta la tua poetica, un approccio “naturalistico”? E per tale intendo non solo la carica fortemente espressiva e spontanea con cui le figure umane vengono ritratte, o aumentate,o caricate, ma anche un sentimento etico e comportamentale con cui, istintivamente, dai avvio alle fasi creative. Nell’insieme tutto viene sublimato da un lirismo denso e appassionato, intenerito e compassionevole delle umane vicissitudini.

Sì, assolutamente, ma lo faccio in maniera del tutto inconsapevole. Adesso, ultrasessantenne, ho percezione di ciò che ho combinato, ma non è mai stato qualcosa di studiato, progettato, di giorno in giorno mi viene fuori questa roba qui. Parlavo di empatia, tu hai usato un bellissimo termine “compassionevole”. Peccato se ne sia impossessata la religione, dalla crasi tra “con” e “passione”, diventato poi un concetto pietistico, quando invece significava solidale ed empatico. L’artista o comprende e si mette a servizio della comprensione della contemporaneità, o secondo me non è niente. Ma come fai a raccontare le cose se non te le mangi? Come fai a raccontare qualcosa che non hai provato? E come fa ad emozionarsi un altro a vedere queste cose qua. Un’espressione me la devo sempre prima mangiare e masticare. Nella satira, per come l’ho vista sempre io, non parto da uno schieramento politico, da una battuta, parto dal disegno e semmai mi viene la battuta. Se levi l’espressione o concretezza di un certo atteggiamento la battuta la può far chiunque, battute che si porta dietro la vignetta e quando lavori con la stampa devi essere comprensibile, io sono a favore della parola, ma deve essere adeguata sempre e il mio disegno è troppo prepotente e le parole sono banali. Andai a fare reportage diretto, per fare satira come dicevo io e poi ho detto spessissimo che ho smesso intorno ai primi 2000, perché non è un mestiere, è una fase. Ci rimetti stomaco, perché per raccogliere, sentire e comunicare ciò che sta succedendo devi assimilare e il fisico ne risente. Conviene prendere le distanze, ormai hai detto quello che sta accadendo, poi se ti propongono una “finestra” di questo tipo, allora ti reinventi e comunque siamo vicini alla vignetta. Insomma mi è stata proposta, non è partita da una mia intenzione. Come quando Repubblica mi buttò fuori e feci il giro delle sette chiese e stava nascendo il Fatto Quotidiano e con Marco siamo amici dai tempi di Cuore. Andai a trovarli, erano allora giovanissimi, con una redazione in un appartamento, ma mi proposero interventi in prima pagina. Se posso lavorare non è che faccio le cose con la mano sinistra, le faccio.

La satira come fase, come finestra e che relazione, quindi, alla fine con le parole di cui si correda?

Prima di tutto un significato all’immagine, io comunico per immagini, poi le parole sono una necessità giornalistica, un corollario. Ma quel ritratto lì funziona da solo, capisci tutto anche senza parole. Le parole sono parole, o sei Cèline, o Baudelaire e lì si ragiona, o possiedi l’invenzione linguistica di un Henry Miller; io anche ho cercato e mi sono sottoposto a un po’ di torture per cercare un linguaggio, ho dovuto fare i conti con le parole per metterle all’altezza di una cosa che non controllo, il disegno. Per anni c’è stato il privilegio della battuta, o la norma che se fa ridere è satira. Ma che c’entra? Non è umorismo, la comicità anche è un’altra cosa, la satira non è necessariamente divertente, anzi più spesso amara, se ti suscita una risata è sarcastica. Totò non faceva satira, non lo ha mai preteso. Perché quindi usare la parolina che apre le porte culturali, quello è cabaret, barzellette, battute intelligenti e non ho nulla contro, ma io non sono un umorista. Quindi la battuta a volte mi viene e a volte no, non mi interessa.

satire

E il rapporto di committenza, rispetto agli anni ’80, in cosa è cambiato?

Non è cambiato niente perché sta morendo tutto definitivamente. Questa fine era già vistosa negli anni ’90 e non è che sia cambiata, perché una cosa che sta decadendo o che è già decaduta non può evolversi. Il mondo della comunicazione mediatico è di fronte ad un arrivo, ma c’è sempre una ripartenza. Non credo ai corsi e ricorsi, basta guardare la storia in maniera laica e razionale e vedi che è successo sempre un nuovo casino, quella è la capacità dell’uomo: fare qualcosa di nuovo avendo avuto già esperienza. L’uomo è contemporaneamente pavido e innovatore. È l’unico “animale” che sa di dover morire, vive nella paura e cerca di esorcizzarla facendo qualcosa. Tutti gli esseri umani sono mossi da un desiderio, un’ambizione, non necessariamente grandi cose o utopie, fosse anche il cappuccino al bar. Ecco, questo implica che ci sarà un momento in cui tutto sarà azzerato, e si ripartirà dalla ricerca, come ai tempi di Guthenberg e la scoperta della stampa, squisitezze per pochi a costi carissimi. Non ci sarà più spazio per ciarpamerie o per chi si spaccia ciò che non è, ma solo per chi ha davvero qualcosa da dire. Una nuova elité, non un’oligarchia, ben inteso, un’avanguardia che inizia da pochi e poi sarà patrimonio per tutti. L’invenzione è di pochi, poi ci sta un’assimilazione profonda, infine l’emancipazione diventa collettiva. Non capita subito, ci vogliono due/tre generazioni dopo perché si raccolgano i semi che un’artista lancia. Noi adesso comprendiamo Van Gogh, o meglio ora lo stiamo consumando, a malapena cerchiamo di comprendere Leonardo, Michelangelo. Questo per dire che non si può smentire il fatto che l’umanità ha cercato sempre di migliorare la propria condizione, anche se non la smettiamo di vedere critiche, sostanzialmente si sta meglio ora di 50 anni fa. Abbiamo bisogno di rifondare la nostra cultura, facendola inquinare e non contaminare, perché per far rinascere qualcosa c’è bisogno di farne morire un’altra. Bisogna avere consapevolezza laica e razionale per lasciare andare ciò che è moribondo.

Qui al Must di Lecce, il collettivo Kunstschau ha lavorato alacremente per portare un’antologica, svuotandoti e saccheggiandoti lo studio, con buona pace e ottime intenzioni. Oltre alle tantissime tavole di ritratti satirici, c’è “Diario di un vizio”, titolo del film di Marco Ferreri, ma anche titolo esatto ed aderente alle tue opere, empatico, direi a questo punto. I comportamenti umani vengono sì svelati e sviscerati, ma da uno sguardo mai asettico, al contrario, commiserevole e capiente, che stigmatizza pregi e difetti, paradigma delle nefandezze umane da conoscere individuare e di cui imparare a sorridere.

Pavese parlava del vizio assurdo, quello di vivere. Poi ha pensato bene di farsi fuori anche lui. Questi sono incidenti del mestiere di vivere. Tutto questo, secondo me, è stato possibile per la grazia che mi sono ritrovato addosso, e parlo di grazia non a caso, una sorta di leggerezza, per quel che mi riguarda circa lo stare al mondo. La tranquillità, l’autoironia, se no certe cose non le sopporto, nessuno le sopporta, non si sopporta se stessi. La fortuna di nascere non prendendosi sul serio ha la sua conseguenza nell’avere un approccio molto leggero, non superficiale e potentissimo al tempo stesso. Intensità o pesantezza insopportabile e ti levi dal mondo, oppure, se hai fortuna come l’ho avuta io, ogni volta che approfondisci una cosa diventi più leggero e voli via alla Marquez, tra i panni stesi. Io da questo punto di vista sono secchione, visto che ci sono ci faccio, altrimenti mi annoio e mi incupisco e sono pericolosissimo. Poi chiaramente io la chiamo leggerezza, magari chi mi vive affianco non la vede così, non scorge tutta questa meraviglia che invece io vendo (risate).

diario di un vizio

La ricerca della bellezza, sembra palesarsi come imprevisto nelle pieghe di quello che comunemente viene considerato “brutto” o sconveniente. Ciò che quindi scavalca la banalità dell’estetica estatica, per usare un gioco di parole, che rimane silenziosa e sterile.

Giusto il tipo di notazione che fai e mi è piaciuto molto il “silenziosa”, perché è peggio di fredda. Se un’immagine non parla è finita, non esiste, non si vede, non si mostra. Tu fai un lavoro che deve essere visto e deve portare a qualcosa al di là della finitura, della cosiddetta tecnica. Io per esempio non ho tecnica, a parte l‘autodidattismo o l’auto-dittatura, io mi invento ogni volta perché non so come fare. Chiaro che tendi ad accumulare esperienza con gli anni, ma io disegno così. Quando ero giovane ho tentato di cercare uno stile, poi ci ho rinunciato quasi subito. Mi sono detto, ma che sto a fare? Sì ti piace Schiele, questo e quell’altro, ho preso tutto da tutti, ma alla fine disegno così e basta. È una cosa difficile raccontare ai ragazzi, sfatare il luogo comune per cui le cose si raggiungono con la tecnica. Le cose si raggiungono se le si vuole raggiungere, con una volontà non razionale, impulsiva, de panza, non con la testa. Io le volte che ho progettato mi sono stufato. Ammiro artisti, pittori, scultori, registi che progettano prima tutto e poi si mettono a realizzare. Io non sono in grado. Il discorso con la committenza ha disciplinato3 questo aspetto, lo ha mitigato. Il ritratto lo devi finire, e cerchi di capire come funziona il tuo processo per avvicinarsi a qualcosa che vagamente sia autodisciplina. Altrimenti però, diventa molto pallosa, quasi un impiego con te stesso.

Riccardo Mannelli - Diario di un Vizio

Commedia in Z.E.R.O., invece, è visitabile “fuori sede”, al box di Kunstschau, nel quartiere San Pio, fuori dal tracciato istituzionale, causa il vietato ai minori. Oltrepassando questo aspetto, il visitatore, potrà trovarsi di fronte ad un massimo espressivo della tua ricerca visiva e poetica. Un’epica dove la rapsodia è quella dei corpi in azioni e relazioni tra loro, intenti a “vivere”. Con che necessità e intuizione sei arrivato alla costruzione di questi “carnai” sospesi tra azioni corali e propria autonomia?

È tutto nato da una cosa che stavo già compiendo, è stata un’evoluzione dinamica, non a caso poi  mi dedicai a cortometraggi, spettacoli, partendo da un ciclo precedente “Stanze di guerra”, perché mi resi conto che stavo costruendo una teatralità di racconto. La decadenza delle rovine occidentali, con l’acronimo di z.e.r.o. e la parola commedia. C’è un disastro sì, ma è già compiuto, quindi non esageriamo a prenderci sul serio, volevo insomma dire. Nessuna cosa irreparabile, come ci ha insegnato la religione, per aumentarci le paure, come tutte le religioni fanno, mettono paura alla gente che già nasce con la paura. Perché non provano a mettere allegria? Sarebbe più difficile. Pensa ad una religione gioiosa, vino a volontà. Prima delle religioni monoteistiche, nel paganesimo, l’aspetto era godereccio e pieno di burloni, come Bacco. Lasciarsi andare più ad una propria animalità, mettendo insieme questi aspetti, portava quindi esattamente alla commedia. Ho cominciato a  capire che erano scene di teatro piano piano. Da una all’altra si moltiplicavano queste scene costituendo un’opera sola di 70/80 quadri, intese come scene teatrali. Lì ho capito e mi sono chiesto dove collocare queste figure dense di movimento e carnalità. Intorno al mio studio, all’epoca e prima dei restauri, c’erano le vecchie fabbriche di vernici, dentro queste rovine di archeologia industriale, si direbbe oggi, ho collocato i miei personaggi. Ognuno interpretava le proprie vestigia come già finite. Con queste ginnastiche tra l’assurdo e il patetico, il compassionevole vien fuori. Molti l’hanno presa come cosa triste, lugubre, io invece mi sono sentito molto in sintonia con Kafka, che leggeva il processo, ma si schiantava dalle risate. Il satirico è un paradosso non un incubo. Non è quello che racconti, ma è come lo vedi che cambia. I temi dei racconti sono sì e no 12 scarsi in tutto, da che mondo è mondo, amore, guerra, conflitto, violenza. La morte può essere divertentissima o terrificante, dipende da come la inquadri. Lo capisci anche guardando maestri come Hitchcock, Polanski, Bunuel. Quindi rimane un senso di leggerezza, una sorta di polaroid sottopelle che ci spiega come siamo messi più o meno e queste ginnastiche assurde possono anche essere divertenti, senza prenderle in maniera bigotta. Come il nudo che chi lo osserva pensa al sesso. Ma il corpo nudo non è sesso, è una bigotteria clericale. Se ti faccio un ritratto perché devo rendere la somiglianza del naso e della bocca e dei genitali no? Che faccio lì, idealizzo? O faccio una barbie, o faccio il tuo ritratto. Allora non sei più te e l’approccio giocoso e semplice animalesco viene meno. Gli animali sono giocosi, fino alla fine dei loro giorni. Noi ai loro occhi facciamo la stessa cosa. Anche se lavori in banca, o vai a fare la guerra, non fai parte di un gioco collettivo qualsiasi cosa tu faccia? Hai un ruolo in commedia anche tu. Dovremmo fare come i gatti. Io sono un gattaro e posso dire che stanno lì a far casino, oppure dormono come dei gatti, però fondamentalmente si divertono e anche noi facciamo lo stesso. Quindi, perché tutta sta tragedia del “tu hai voluto dire etc..” ? io non ho voluto dire un bel nulla, domattina cambio idea.

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Lara Gigante

foto courtesy Grazia Amelia Bellitta per Kunstschau