Gas, le ragioni del no spiegate da un tecnico

Gas, le ragioni del no spiegate da un tecnico

Nella recente protesta contro TAP si è sentito e si è letto un po’ di tutto. Giusto il grido di dissenso della popolazione davanti alla scarsa chiarezza delle istituzioni, che vogliono imporre un’opera spacciataci come “utile e strategica” senza essersi curati di spiegarci i motivi di questa presunta ineluttabilità. Tuttavia anche le ragioni dei manifestanti, quanto meno nella vulgata più rumorosa, ci sono sembrate un po’ confuse. Non è emerso in modo chiaro, a nostro avviso, perché rinunciare ad altro gas, se è quello che tuttora tutti usiamo per il riscaldamento e per i fornelli delle nostre case e se, come si dice, è la fonte più pulita tra tutte le fossili. E poi, se diciamo no al gas, quale modello energetico dobbiamo seguire?

Persi nella confusione, abbiamo chiesto lumi ad un tecnico del settore, l’ingegner Antonio De Giorgi, già energy manager e consulente per diversi enti della provincia di Lecce e della Regione Puglia.

Ingegnere Antonio De Giorgi

Ingegnere Antonio De Giorgi

Ingegnere, il gas è una fonte pulita o no?

Tra le fonti fossili, il gas è ritenuto tra le meno inquinanti. Ma non dimentichiamo che è sempre una fonte fossile. In particolare il metano, dà un grande contributo negativo all’effetto serra.

Non converrebbe comunque investire in gas, almeno finché non si perfezionano le tecnologie per le fonti rinnovabili?

La situazione sta cambiando molto velocemente. Fino a pochi anni fa – anche solo dieci o quindici – si riteneva che il gas fosse una risorsa insostituibile per una fase di transizione verso un modello diverso basato sulle fonti rinnovabili (naturalmente non trascurando l’obiettivo del risparmio). Questa concezione, sostenuta anche da molti ambientalisti, sta velocemente crollando per effetto di vari fenomeni, il principale dei quali è l’esplosione di fonti rinnovabili avvenuta negli ultimi dieci anni. Per fare un numero, in Italia siamo al 35% circa di contributo delle fonti rinnovabili nella produzione elettrica [tra fotovoltaico, geotermico, eolico, idroelettrico, ndi]. Tanto per dare un’idea, l’Enel ha programmato la dismissione di 23 centrali termoelettriche. Cerano ora sta funzionando con solo due gruppi su quattro.

Schema di una centrale termoelettrica

Schema di una centrale termoelettrica

Cos’hanno a che fare le centrali elettriche con il gas?

Oltre ai consumi per il riscaldamento domestico, un’altra grossa parte del gas viene consumato proprio nelle centrali termoelettriche. Alcuni anni fa si è molto scommesso sul gas per la produzione elettrica e sono state realizzate perciò una serie di centrali “turbogas”, cioè centrali termoelettriche a gas, con un’efficienza certamente maggiore delle vecchie centrali a carbone.

E quindi?

Adesso è evidente che si è trattato comunque di una scelta strategica sbagliata. Tutti questi imprenditori dei grandi gruppi (Eni, Sorgenia, Enel ecc.), che hanno costruito queste centrali a gas, sostanzialmente hanno scommesso sul fallimento delle politiche energetiche globali. Sono state scelte miopi che non hanno tenuto conto dei dati reali. Oggi tali centrali sono sottoutilizzate, mentre in Italia abbiamo una capacità di importazione che è circa doppia dei nostri consumi.

Ma se ragioniamo in ottica comunitaria, non potremmo essere utili all’Europa, magari in cambio d’altro?

L’idea dell’Italia come grande hub europeo del gas la vuole solo il governo italiano. La Germania da poco ha concluso da poco il raddoppio del Nord Stream e non ha quindi certo bisogno dei nostri gasdotti. La Francia deve ancora ammortizzare quel duro investimento sulle centrali nucleari e non ha voglia di puntare su grandi quantità di gas.

Italia-Hub-europeo-del-gas

Parliamo dunque delle rinnovabili. Possono realmente sostituire le fonti fossili?

Fino alla fine degli anni ‘90 si diceva che le fonti rinnovabili fossero limitate. Ma molti di quei limiti sono già stati superati grazie alle nuove tecnologie che permettono di accumulare energia e usarla quando ci sono picchi di consumo [o anche di notte, ndi]. Oggi una famiglia con un impianto con accumulo riesce a soddisfare i suoi consumi sino al 70-80%, cioè siamo già vicini all’autosufficienza per il consumo domestico. Inoltre i costi [degli impianti, ndi] si sono ridotti fino a 4 o 5 centesimi per KWh, quindi inferiori ai costi del gas e del carbone. Il futuro delle centrali fossili è segnato.

Vuol dire che anche Cerano scompare?

La stessa Enel non prevede che la centrale Federico II di Cerano vada oltre una decina d’anni. E questo non perché siano diventati amanti dell’ambiente ma perché non è più competitiva.

Centrale Enel Federico II di Cerano

Centrale Enel Federico II di Cerano

Verso quale scenario energetico ci dovremmo dirigere?

Dovremmo andare nella direzione di un modello energetico decentrato. Più un modello energetico è accentrato – e le fonti fossili si prestano moltissimo ad un modello di tipo oligopolistico – più è facile gestire il potere che dà l’energia, tenendo artificiosamente alti i prezzi per i consumatori. Per sfuggire a questa egemonia, dovremmo produrre in loco tutta l’energia che serve. Questo significa molti impianti di piccola taglia localizzati sui luoghi di consumo (abitazioni, fabbriche, ecc.). Ciò porterebbe non solo a un risparmio per l’utente, ma ad enormi possibilità di investimento e di occupazione e, soprattutto, si attuerebbe quel principio di energia “bene comune” che è negato dal sistema attuale.

E perché non si va in questa direzione?

In realtà si sa che andremo in questa direzione, non è un’utopia, è semplicemente una previsione del prossimo futuro, solo che gli interessi di alcuni fanno sì che ci siano resistenze.

Resistenze di che tipo?

Continuare a investire sulle fonti fossili distoglie capitali dalla ricerca nell’ambito delle rinnovabili. Per esempio, la nostra rete elettrica non è ancora una smart grid, va a senso unico [dal grande distributore al consumatore e non dal piccolo utente-fornitore ad altri utenti, ndi]. Ci sono alcuni tipi di impianto che non si possono allacciare perché la rete non è tecnicamente adeguata. Inoltre ci sono tutti i problemi di tipo burocratico.

tetto solare

Il cittadino può fare qualcosa per favorire il cambiamento?

In Europa ci sono più di 2000 cooperative energetiche, delle comunità di persone che hanno deciso di mettersi insieme per gestire l’energia. Anche in Italia ci sono piccole comunità pilota che hanno già acquistato delle reti elettriche oltre che gli impianti. Questo potrebbe essere il futuro. Nel Salento ci sono alcune cooperative di comunità come a Melpignano, Cursi, Zollino, che è un modo intelligente di favorire dal basso la transizione di cui parliamo.

C’è il rischio che un’ulteriore espansione delle rinnovabili porti altro deturpamento del paesaggio?

Ovviamente fonti rinnovabili non significa credito indefinito. Personalmente ho perso molto tempo a cercare di contrastare i grandi impianti fotovoltaici ed eolici. La politica energetica degli ultimi anni è stata scellerata, specialmente nella Regione Puglia, e solo tardivamente si è capito che quell’idea era sbagliata, per cui oggi è difficile fare impianti su terreni agricoli. Questi fenomeni però sono finiti, e non tanto per i ripensamenti della Regione Puglia, quanto perché sono finiti gli incentivi.

Le rinnovabili riusciranno a coprire il fabbisogno di grandi gruppi industriali?

Anche lì, noi paghiamo i danni di scelte strategiche sbagliate, come quella di puntare proprio sulle industrie più energivore, come quando negli anni ’60 in Puglia si puntò sull’industria siderurgica e chimica, che sono quelle che consumano più quantità di energia per addetto ai lavori. Tuttavia noi ora abbiamo bisogno di 20 miliardi di KWh l’anno, mentre ne produciamo il doppio. Inoltre credo che il mercato provvederà a fare pulizia.

FV