La rivolta dei braccianti

La rivolta dei braccianti

Parte dai campi alle porte di Nardò la rivolta dai lavoratori stagionali. Dal Salento, già al centro del caso Tecnova e dello sfruttamento dei nuovi schiavi nei parchi fotovoltaici. Alzano la testa gli uomini fino a ieri piegati sui filari delle angurie e dei pomodori e iniziano a parlare di diritti. Chiedono paghe adeguate al lavoro, contratti regolari, assistenza sanitaria, condizioni di vita dignitose. E trasformano un sabato qualunque in una lunga giornata di protesta. Una giornata che si conclude con una grande assemblea autogestita in masseria, ma che comincia all’alba con il solito viaggio in pulmino verso i campi dei pomodori, dove i “padroni” chiedono di selezionare il prodotto in base alla grandezza, lavoro più complicato del solito ma retribuito con la stessa miseria: 3 euro e 50 a cassone.

Gli immigrati non ci stanno, la rabbia cresce, gli idiomi africani si mischiano. A gruppi tornano a piedi alla masseria Boncuri, dove la maggior parte alloggia nel campo gestito dai volontari di Finis Terrae e delle Brigate di solidarietà attiva. In pochi minuti la manifestazione prende corpo, la strada provinciale per Nardò viene bloccata da una cinquantina di persone, la circolazione interrotta. Le forze dell’ordine, dopo mezz’ora, fanno sgomberare la strada, ma di tornare nei campi non se ne parla: i lavoratori si riuniscono a capannelli nella masseria, vogliono creare una delegazione e darle mandato di contrattare con i produttori, vogliono lavorare ma facendo valere i propri diritti. Sanno che esiste un contratto provinciale di lavoro non rispettato, che per raccogliere pomodori dovrebbero essere retribuiti 5,92 euro all’ora e 38,49 a giornata. Le paghe, invece, sono di gran lunga inferiori e una parte deve andare ai caporali, che pretendono le mazzette per far lavorare i connazionali. Sui campi sono loro a fare il bello e il cattivo tempo, a decidere chi impiegare e chi pagare, a insultare, minacciare, qualche volta a tirar fuori le armi.

La situazione denunciata è pesante, i controlli inesistenti. Gli ispettori del lavoro, in queste contrade, non si fanno vedere e i raccoglitori continuano ad essere sfruttati fino al midollo. I contratti sono pochi e comunque irregolari ma, a differenza degli anni passati, gli extracomunitari sanno che c’è un’alternativa. Capiscono che per superare lo sfruttamento bisogna denunciarlo e che per avere forza contrattuale bisogna essere tanti e uniti. «La mobilitazione spontanea è un passo avanti importante, che dimostra come nel campo ci sia stata una grande presa di coscienza — spiega Gianluca Nigro di Finis Terrae — resa possibile anche da una situazione logistica tranquilla e dignitosa. Ed anche la campagna “Ingaggiami” che abbiamo lanciato, sta dando i suoi frutti, come dimostra il fatto che circa 120 persone (le prime per le angurie e le ultime 40 per i pomodori) sono riuscite ad ottenere questa forma di contratto». Anche la Cgil sposa la mobilitazione e i suoi rappresentanti a fine giornata assistono all’assemblea, che va avanti fino a tardi. La fiamma della protesta, a Nardò, è innescata.

(da bari.repubblica.it)