“I’M A STUNT (WOMAN)”: Lady Alaska

“I’M A STUNT (WOMAN)”: Lady Alaska

Sbarca su URKA “I’m a stunt (woman)”, una nuova rubrica dedicata alle donne. Se state pensando ad un domestico e tenero quadretto in rosa vi sbagliate di grosso: cambiate candeggio. Le Valchirie di cui vogliamo parlarvi hanno in comune tre cose: sono di casa nel Salento, conoscono lividi e fatiche ma soprattutto hanno una storia eccezionale da raccontare.

Dall’inquietante vicina di casa dall’occhio di vetro a performer conosciute a livello internazionale, tutto ci fa credere che è un altro il vento che soffia quando vi si è imbarcati nelle loro vite. Queste vere e proprie stunt women non simulano la caduta.  I lividi, siano essi reali o meno, fanno parte delle storie che raccontano: prove inequivocabili che essere donne è bello, STUNT è meglio.

La prima stunt woman che abbiamo incontrato è Lady Alaska.

LadyAlaska2-foto-enrico-carpinelloRosanna Panzanaro è una che non scherza. La prima volta che l’ho raggiunta per chiederle se potevo intervistarla ero sicura che mi avrebbe cacciato con una mazza. Invece, se ne è stata li a fissarmi seduta sul suo trono in plastica verde che pareva non prenderla troppo bene e alla fine il suo sguardo si è sciolto in un sorriso semplice e geniale.
Insieme a quello che credo sia suo marito ha messo su un bar così spartano che al confronto il celebre “Bar Sport” di Stefano Benni sembra uno spring break alquanto laccato.

Basterebbe questo per tirarci fuori una bella intervista se non fosse che Rosanna ha infiammato negli anni ’70 il cuore di Veglie confermandosi portiere di punta e “kamikaze” della mitica squadra di calcio femminile Alaska presieduta dall’allora commendator Guarini.
In testa un solo obiettivo, peraltro raggiunto: la serie A. Perchè Rosanna, 62 anni suonati, è veramente una che non scherza.

lady-alaska-3-bar-rosanna-foto-enrico-carpinelloRosanna quando hai iniziato a giocare per l’ Alaska Gelati? Com’è che è andata?

Ho iniziato nel 1967, 68 credo. Io all’ Alaska ci lavoravo, insomma stavo alla macchina per i coni. Dopo la mensa se rimaneva tempo con le altre ragazze andavamo a tirare quattro calci al pallone. Un giorno mentre lavoravo si è avvicinato il commendatore Ernesto Guarini che c’aveva la fabbrica e mi ha chiesto: “Rosà, facciamo una squadra?” “Era bueno”, ho risposto! E quello è andato a comprare le magliette, le tute e le scarpe! Il campo manco c’era…all’inizio giocavamo per divertirci, certe volte pure contro i maschi. E io da subito mi sono messa in porta.

Ridendo e scherzando però dal ’70  in poi avete iniziato la scalata per la serie A, siete state Campionesse d’ Italia nel ’75…

Dettavamo legge, pure con quelle del Bari che a noi ci chiamavano “mozzarelle coreane”…nel ’72 al San Basilio a Roma l’ A.C.F. Alaska di Veglie giocava contro il Pordenone. Noi eravamo basse e quelle alte ma si vedeva che avevano paura.  Abbiamo giocato meglio di loro però quella del Friuli (Toneguzzo, n.d.r.) m’ha fatto il gol. Sempre nel ’72 abbiamo pareggiato con il Messico. Quegli anni sono stati indimenticabili, non mi ricordo neanche quanti record abbiamo battuto. Le ragazze segnavano gol a mitraglia, sono arrivate le maglie con il tricolore stampato, abbiamo giocato ovunque, Torino, Messina, Roma, Bologna…

Dovendo scegliere…il ricordo più brutto?

Sempre contro il Pordenone: io ho subito il gol. Ho pianto, ma tanto. Non meritavamo il secondo posto. Non volevamo più giocare eppure continuavano a farci i complimenti. Sul pullman del ritorno non abbiamo cantato.

E il più bello?

Quelli tantissimi, però mi emozionavo sempre al ritorno a casa : il pullman non ce la faceva a passare e tutta Veglie a gridare: “ALASKA! ALASKA!”. C’erano gli striscioni sulle case, le bandiere…Poi c’è un altro ricordo, ma non so se lo posso dire…

E dai…

Quando eravamo in albergo rubavamo i succhi di frutta… io ero la più grande ma…

Le avete prese e le avete date in quegli anni…ferite gravi?

All’inizio della carriera giocavamo sul campo di Monteroni, mi sono rotta una gamba. Quando sono tornata a casa mio padre quante me ne ha dette!

A proposito come l’ hanno presa i tuoi? Tu eri una “femmina” e questo è uno sport per maschi…

Mio padre non voleva ma solo perchè pensava che poi non sarei andata a lavorare. Ma io avevo un fratello anche lui calciatore, è stato impossibile vietarmi di giocare. E mia madre, sin dall’inizio mi ha seguito ovunque. Mi hanno appoggiato sempre.

Hai mai fatto a botte ?

Non proprio seriamente, ma una Delfina Jonica del Taranto una volta continuava a gridarmi: “Panzanaro…se ti prendo!!”.  Gli ho risposto che poteva aspettarmi all’uscita.

Quanto ti pagavano?

20.000 lire al mese e 10.000 lire a premio partita. Oggi è tutto diverso. I calciatori dovrebbero giocare per la squadra e allenarsi sui campetti che c’avevamo noi, con le pietre e la terra dura.

C’è qualcosa di cui hai paura?

No. Io non ho paura di niente. Le mie amiche mi chiamavano Kamikaze.

 

Alessandra Caricasoul