Cartoline dalla death valley: il Salento negli occhi di Gabriele Albergo

Cartoline dalla death valley: il Salento negli occhi di Gabriele Albergo

Segnali divieto messi a casaccio, un biliardino ingabbiato in una vetrata, l’insegna di un municipio montata senza logica, sono alcune delle immagini ritratte dalla fotocamera di Gabriele Albergo, fotografo molto popolare in zona e dall’occhio piuttosto corrosivo, specialmente nei confronti dei recenti stereotipi sul territorio. Al mito dell’estate caraibica salentina, infatti, preferisce contrapporre angurie spappolate per strada e ghiaccioli sciolti al sole, alla spiaggia preferisce le periferie dei paesini, i vecchi salotti, i bar, dove il caldo genera altri effetti, come un’ascella pezzata. Il suo spirito di contraddizione sarà probabilmente maturato nella lunga frequentazione del sottobosco punk-hardcore locale, quando era chitarrista di gruppi come Belintesta e NonToccateMiranda. Storie vecchie, ormai.

Oggi Albergo ci racconta il Salento nella sua più atavica essenza, struccato da tutto il maquillage che si è stratificato negli ultimi vent’anni. Mette in luce le anomalie peculiari di una terra ancora fortemente permeata da vecchie abitudini, ma che si cimenta nella modernità con risultati spesso goffi, talvolta surreali. Un racconto per immagini particolarmente evocativo per chi ha vissuto l’infanzia nei torbidi anni ’80 e ora vede con ambivalenza un certo tipo di imperfezione tutta salentina, in un misto di sdegno, ironia e nostalgia.

Gli abbiamo fatto qualche domanda.

Gabriele Albergo Salento Death Valley photo

C’è molto di “sbagliato” e “insensato” nei tuoi scatti, una continua esaltazione dell’errore. Qui è tutto sbagliato?

Beh, diciamo che di errori se ne fanno e ne sono stati fatti, sia coscientemente che per sbaglio. Sono errori tipici dei sud… Sarà il caldo.

Traspare una costante critica al “Salento da amare” ed emerge invece l’immagine di un “Salento che non ce la può fare”. Dov’è la verità?

Sempre nel caldo credo. A parte gli scherzi, si, è un Salento al naturale, senza olio extravergine, senza sole e senza mare. Un Salento che arranca come ha sempre fatto.

Gabriele Albergo photo Salento Death Valley

Perché siamo in una “Valle della Morte”?

Death valley è più che altro un richiamo alla fotografia statunitense di paesaggio, distese sconfinate, e presenze sinistre che spesso ritrovo anche qui.

Gabriele Albergo Salento death valley

Ti piace vivere qui?

Mediamente 1 volta a settimana

Alcuni tuoi scatti mostrano che anche nell’incuria e nella mancanza di criterio – due piaghe diffuse nei nostri borghi – è possibile rintracciare strane geometrie, simmetrie imperfette, configurazioni create dal caso. Cosa ci vedi in quei ritagli?

Non amo la fotografia eccessivamente poetica, o filtrata, penso che probabilmente tutto è degno di essere ritratto. Voglio fotografare quello che è normale, quello che al di là dell’estate, delle feste in spiaggia, degli eventi, e che persiste nei secoli dei secoli.

Gabriele Albergo Salento Death Valley strane geometrie

Tra giostre, vecchie Mercedes, un vecchio stereo, vecchi bar, c’è molto immaginario anni Ottanta. Hai nostalgia di quel mondo fuori controllo che era il decennio dell’eroina, dell’heavy metal e del cemento?

Non penso di essere nostalgico, non ho grandi ricordi della mia infanzia, più che altro ho avuto un’adolescenza bella movimentata. L’eroina l’ho scansata per un pelo, considerando che sono nato un decennio dopo il suo boom, l’heavy metal invece mi ha preso in pieno, il cemento… anche quello persiste.

Gabriele Albergo Salento Death Valley Mercedes anni 80

Della nostra infanzia è anche l’ossessione per la religione. Quanto e come ti ha influenzato la nostra religiosità spesso invadente e tarocca?

Ho vissuto con delle ziette già allora anziane e molto religiose, ma di un religioso quasi pagano, molto tenero. Più che altro questo immaginario persiste ancora nel presente e rappresenta quella stasi tipica dei sud, che a volte mi piace. Però ho deciso di smetterla con i santi e le Madonne, l’ho fatto per un po’, condizionato anche da quella che era una certa estetica della scena hardcore di metà 2000, ora non voglio passare più per “Albergo il Madonnaro”, basta.

Gabriele Albergo Salento Death Valley religione

Quando non fotografi il “Salento”, le foto ti vengono altrettanto bene o la migliore ispirazione la trovi qui? E che differenza c’è tra fotografare quello che si conosce e quello che invece no?

Fotografo il territorio perché vivo da sempre qui, non mi sono ancora cimentato su altri temi. Mi sono accorto che quando viaggio scatto pochissimo, questo probabilmente significa che ho bisogno di tempo per entrare nei luoghi e poterli fotografare.

Sei stato per molto tempo a contatto con migranti e rifugiati per questioni lavorative. Si vede che ti ispirano molto. Cosa ti evocano il loro colore e i loro volti?

Ho lavorato per due anni in un centro per minori stranieri. È stata una grande esperienza. Ho conosciuto tantissimi ragazzi dai 12 ai 17 anni, tutte persone che hanno fatto traversate assurde per arrivare qua, ho profondo rispetto per loro, hanno un grande coraggio, non credo che noi occidentali avremmo le capacità di fare imprese del genere. Ho fatto un po’ di scatti perché comunque loro si prestavano. È uscito un mezzo progetto però rimasto fermo.

Gabriele Albergo photo
Loro come vedono la terra che li sta ospitando? 

Ho capito che quando arrivano qua la visione che hanno all’inizio si ridimensiona e ciò crea sofferenza e frustrazione. Alcuni la prendono molto male e le reazioni sono le più svariate, come se arrivati qui gli tocca un nuovo viaggio, tutto mentale, infatti i casi di disturbi psichici in questi centri sono numerosi.

C’è qualcuno che si è avvicinato alla fotografia grazie a te e cosa usciva dalle loro foto?

Spesso davo le mia fotocamera e facevo scattare, alcuni di loro ancora mi mandano foto. E mi chiedono: zio come sono ‘ste foto? Mi rende contento ‘sta cosa.

Come sempre lasciamo spazio all’autopromozione: prossimi progetti? Dove ti troveremo prossimamente?

Ora sto iniziando a lavorare con un fotografo a fare matrimoni, prima fonte di sostentamento e poi continuo con mio padre nell’ambito della retroilluminazione questa volta in modo commerciale. Progetti tanti ma poco tempo, poi fondamentalmente sono un casino, infatti ci ho messo una vita a rispondervi. [confermiamo, ndU]

Per le altre fotografie del progetto “Salento Death Valley” visitate la pagina Instagram.