Dai Vento di Fronda ai Many Loves Ska Jazz. Una storia “ska” salentina

Dai Vento di Fronda ai Many Loves Ska Jazz. Una storia “ska” salentina

La terra del reggae è anche un pochino terra di musica ska. Un genere tenuto in vita da dj e appassionati e da un paio di ottime band. Gli ultimi arrivati – ma solo in senso discografico – sono i Many Loves Ska Jazz, un ensemble di jazzisti che ha appena sfornato otto tracce di gustosissimo e cinedelico ska-jazz. Non a caso la label è la Cinedelic, la stessa che lanciò i Calibro 35. Abbiamo così intervistato Emanuele Dell’Atti, l’autore delle musiche dei Many Loves Ska Jazz. Emanuele (Many) ha attraversato più di tre lustri di musica ska salentina, avendo militato già nei Vento di Fronda, una delle prime ska-band salentine che si ricordino, e poi nei Mostri.

Vento-di-fronda-1998

Facci piangere un po': raccontaci di quando hai iniziato nei “mid nineties”.

Siamo alla mitologia. Nel 1995, con Pierpaolo Guerrieri, cospiravamo e componevamo canzoni incomprensibili nei locali di Radio Studio 98, gloriosa emittente locale che già da un po’ aveva interrotto le sue trasmissioni. Un giorno, dopo qualche tentativo meno riuscito, Pierpaolo mi sottopose un testo che mi folgorò e che musicai praticamente all’istante: si chiamava “Ipnotizzare un pollo” e divenne il cavallo di battaglia di quelli che di lì a poco sarebbero stati i Vento di fronda. Nel 1996, infatti, a Campi Salentina germogliò una fecondissima realtà musicale che ruotava attorno alla “Rosa marcia”, storico centro sociale, punto di riferimento per gran parte della provincia leccese in quegli anni. Fu lì che fondammo i Vento di fronda, una atipica e longeva band (1996-2004) che univa ritmiche in levare a testi un po’ demenziali, un po’ colti, un po’ politici e un po’ disimpegnati. In verità ci sentivamo fuori luogo: attorno avevamo hardcore, post-hardcore, a volte metal… e noi facevamo ska, senza saper suonare, e senza sapere di fare ska! Degli idioti praticamente.

Perché finì con i Vento di Fronda? Ma soprattutto, perché iniziò con i Mostri?

Nel 2004 i Vento di fronda avevano tutt’altra fisionomia rispetto alle origini. Avevamo maturato stile e tecnica, ma si era perso lo spirito originario, anche per l’assenza di alcuni tra i membri fondatori. Tuttavia facevamo ska e rock-steady in maniera molto seria (forse troppo) e apprezzata. La formula compositiva era invariata: io scrivevo le musiche e Pierpaolo Guerrieri i testi e se tutti ci avessimo creduto allo stesso modo, forse la cosa sarebbe continuata sotto nuove forme. Non fu così. E, dopo un anno di pausa, insieme ad altri fondatori dei Vento di fronda (Marco Nastasia, Emanuele Urbano e Riccardo Serio), anziché evolvere, decidemmo di involvere, di regredire, di degenerare, e fondammo i Mostri: una party-band senza tecnica, senza aspirazioni, senza scalette, senza misura, senza senso, nichilista. Un urlo liberatorio dalla musica come professione!

A te come è venuta la passione per la musica ska?

Per caso e per necessità. Come dicevo, negli anni ’90 facevamo ska senza saperlo: in realtà usavamo ritmiche in 2/4 perché più abbordabili per noi strimpellatori. Solo dopo abbiamo capito che esisteva un genere codificato e con una sua storia. Allora – e qui gran parte del merito va a Marco Calabrese – ci immergemmo senza sosta negli ascolti: divoravamo gli Skatalites, Prince Buster, Desmond Dekker, Alton Ellis, Laurel Aitken, un giovanissimo Bob Marley e tutta la musica jamaicana degli anni Sessanta. Insomma, scoprimmo che prima del reggae c’era un mondo sconfinato di artisti che univano rhythm’n’blues, soul e jazz a ritmiche caraibiche fatte per il ballo. La cosa ci prese tantissimo e cominciammo ad imparare sul serio come si fa.

Negli anni Novanta il genere è de-generato. Per quanto mi riguarda è arrivato a diventare sinonimo di qualunquismo di sinistra. Anche nel Salento?

Direi che è degenerato ma dopo i primi del 2000. È diventato un fenomeno di moda sull’onda di alcune band del panorama nazionale che hanno saputo – con merito – “vendere bene” lo ska unendolo al pop. Da qui è partito quel brulicare di gruppi e gruppetti ska che scorazzavano nelle feste della sinistra. Ma che fossero feste di sinistra era solo un caso…

Ti risulta che qui abbiamo dei padri nobili del genere?

Nel Salento? I Vento di fronda, senza dubbio…!

vento-di-fronda-2001

Invece dei mostri sacri giamaicani chi ti ispira di più?

Beh.. qualche nome l’ho già fatto. Però gli Skatalites credo che restino – come tutti i “classici” – tra le principali fonti di ispirazione. Dire Skatalites, oltretutto, significa dire Roland Alphonso, Don Drummond, Jackie Mittoo… tutti mostri sacri con percorsi anche individuali diversi e originali, da riscoprire, ancora oggi.

E chi hai messo dentro i MLSJ?

Come dice il nome del progetto (che in realtà vuole essere anche un gioco di parole, poco intuibile, lo ammetto, col mio nome: “Many” – che sta  per Emanuele – loves ska-jazz) dentro ci sono “molti” dei miei “amori” musicali: dixieland, calypso, funky, soul, jazz… Si capisce che siamo oltre lo ska jamaicano… Lo Ska-Jazz, tuttavia, è un genere codificato e, sebbene non abbia mai conosciuto grandi pubblici, nel mondo ci sono importanti formazioni che lo praticano con grande stile: New York Ska-Jazz Ensamble, Jazz Jamaica, Jump with Joey, Tokyo Ska Paradise Orchestra e in parte The Slackers sono i nomi principali. Per non parlare di Ernest Ranglin e Monty Alexander, che insieme hanno scritto pagine memorabili del jazz jamaicano. Così, lavorando dal 2011 al 2013 alla composizione dei brani di “Dreamlike”, mi sono sicuramente rifatto a questo “filo rosso”, ma contaminandolo con la tradizione italiana dei compositori di colonne sonore (Trovajoli, Umiliani, Pregadio): credo che sia questa la peculiarità del disco.

Perché solo strumentale?

Per vanità! Volevo fare un disco tutto mio e una voce avrebbe oscurato il compositore! Scherzi a parte, devo dire che sin dai tempi dei Vento di fronda ho cominciato a lavorare su brani esclusivamente strumentali. Con lo strumentale hai più libertà di muoverti, non sei costretto dalle metriche del testo, puoi valorizzare di più quelle altre meravigliose “voci” degli strumenti a fiato. E poi – posso spararla grossa? – la musica senza testo, come diceva Kant, è “forma pura”. Spesso di una canzone diciamo: “non è granché ma dice delle cose importanti”. Ecco, con lo strumentale non c’è scampo: se va va, se non va non va. Il giudizio estetico non è condizionato…

Nella produzione c’è il fior fiore di musicisti locali. Qui puoi presentarli.

Lo ska lo inventarono dei jazzisti. Allora cosa c’è di meglio del farlo suonare a dei jazzisti? Senza il loro contributo non avrei ottenuto lo stesso risultato. Se una melodia è carina ma è suonata da cani non credo che sia degna di approfondimento. E soprattutto, se un tema di fiati non è ben armonizzato, non varrà più di una melodia che si può fischiettare distrattamente. Qui il mio grande ringraziamento va a Emanuele Coluccia (foto giù), polistrumentista e arrangiatore come pochi, che ha saputo valorizzare notevolmente i temi dei fiati presenti nei brani, arricchendoli con armonizzazioni e contrappunti sobri ed eleganti allo stesso tempo.

Ma, come dicevo, tutti coloro che hanno partecipato alla registrazione sono dei veri professionisti della musica, con molto studio e molta  esperienza live alle spalle. Sono davvero grato a tutti loro per il contributo che hanno dato alla realizzazione dell’album: Vincenzo Grasso (sax e clarinetto), che per primo ha colto le potenzialità del lavoro e ha saputo darmi le dritte giuste per organizzarlo al meglio; Andrea Perrone (tromba e flicorno); Gaetano Carrozzo (trombone); Marco Tuma (armonica e flauto traverso); Alex Semprevivo (batteria); Stefano Rielli (contrabbasso); Orazio Milli (percussioni); Paolo Pulli (ukulele) e il “vecchio” Marco Calabrese (piano e tastiere), col quale ci siamo ritrovati a registrare insieme dopo tanti anni. Io mi sono occupato della chitarra ritmica, dell’organo e dei synth.

Ma tutto questo a niente sarebbe valso senza il calore e la professionalità del Sudestudio, dove in fondo è iniziato tutto:  Stefano Manca, da sempre dietro alle mie piccole o grandi produzioni, ha curato le riprese e il mastering e Matilde Davoli, che ha colto le peculiarità dei brani e ha dato un taglio originale in fase di mixaggio, diversificando l’esito sonoro dallo standard ska.

Ma ora riuscirete a fare il live?

La finalità del lavoro era esclusivamente discografica. Non a caso sono nati prima i brani e poi è stata costruita la band. Questo non toglie che possa accadere il “miracolo”: portare sullo stesso palco tanti musicisti professionisti e riuscire a farli stare insieme per un paio d’ore! Ci stiamo lavorando…